I.
La vecchia villa padronale si era estinta a poco a poco lungo gli anni abitati dagli avi, arrugginita dall’incuria come un ferro in balìa dell’acqua. Lontana e scomoda, pullulava di sola vita selvatica.
Il gatto smise di leccarsi la zampa, seduto sotto una quercia ascoltava il vento spegnersi tra le colonne smunte e tozze del porticato.
Strinse gli occhi agata, il sonno arretrato gli scivolò sul pelo delle guance in forma di lacrima.
Prima di muovere le zampe, si mise a circoscrivere il giardino d’arbusti in un cerchio immaginario fatto di controllo e sfiducia. Un gatto ha il dovere d’essere astuto anche per mantenere la fama delle sue sette vite.
Da mesi aveva preso l’abitudine di alzarsi prima dell’alba poiché solo il freddo pungente riusciva a stemperare la sua paura. Sentiva d’essere osservato, mentre mangiava, nell’allerta del dormiveglia, persino in braccio ai suoi cari e gli succedeva tra le mura del rifugio, la casa del padrone. Un’ombra immateriale gli dava la caccia, essa si stagliava obliqua nei corridoi delle sue stanze, in precedenza amichevoli. Era la figura di un nano grasso e, a compimento della bizzarria, si notava uno strano berretto schiacciato su quella malefica testa dotato di paraorecchie laterali, alla moda di Sherlock Holmes. Qualunque cosa fosse significasse, la presenza non aveva la buona educazione di lavarsi. Otello aveva avvertito odore di sudore misto a muschio dopo ogni apparizione. L’analisi sul muschio corrispondeva a certezza, ricordava le tirate di coda dei Cari nipotini durante la preparazione del presepio natalizio, mentre sussurravano: “Otello bello, vieni a prenderti le coccoline. Dai, fai il bravo.”
‘Maledetti bambini’, pensò tra sé mentre si leccava la pelliccia folta e grigia. Un gatto deve essere sempre presentabile, persino per quella specie di becchino steso a russare sotto il portico della villa, come uno straccio troppo deteriorato per impiegarlo nei lavori domestici.
Otello stirò bene le zampe davanti ma, non riuscendo a tirare degnamente quelle dietro, si ritrovò aperto ad arpa, con la gobba in alto e la testa e la coda troppo basse. Quando si riprese verificò di non essere osservato.
Il becchino dormiva ancora e puzzava d’alcol. Era proprio vero, gli esseri umani vivevano tra la pazzia e la ostentavano pure nel paranormale.
II.
Otello, scocciato, raccolse tutta la voce in corpo: “Che ti è capitato?”
Le dita agili dello sconosciuto tremarono mentre chiudevano il bavero del mantello. Due fessure di pece, senza pupilla, s’aprirono timorose alla luce. Il becchino tastò le pietre del pavimento con le mani, incerto. La sua bocca tentennò qualcosa, ancora immerso nei ricordi precedenti alla sbornia.
“Mi… Tu… Tu mi hai parlato?”, chiese senza il rumore della voce, “Come diavolo fai a vedermi?”
L’uomo alzò il busto rattrappito dal giaciglio e fissò Otello. La sua pelle era levigata, morbida come se il tempo che per tutto scorre non lo riguardasse. Il gatto lo trovò pallido e gli ricordò certe lune viste durante la caccia notturna.
“Certo che ti vedo! Mi fanno male le ossa mica gli occhi.
Perché non mi chiedi come faccio a parlarti? Sarebbe la domanda più opportuna.”
“Forse perché sei un gatto vecchio e saggio”, gli rispose senza emettere la voce e con le mani si massaggiò le tempie. Erano davvero troppo lisce.
“Esatto! Il mio padrone legge molto e prima che andasse in pensione io mi annoiavo tanto, così ho pensato bene di imparare a parlare.”
“Ah. Una cosa ordinaria.” Rispose la presenza nera e si strinse nella lana del mantello.
Otello serrò le palpebre, le lunghe vibrisse si mossero al volere del vento. Pensò che quella creatura fosse più sbandata dell’ombra col cappello alla Sherlock Holmes.
“Io mi chiamo Otello.”
“Assurdo, vero?”
L’uomo lasciò cadere le mani a terra. Le gambe lunghe erano coperte dalla lana.
“Assolutamente assurdo! Ho perso la mia falce a poker e non so a chi l’ha presa.
In più mi ritrovo in questo maledetto posto con un gatto in grado di parlare la mia lingua!”
Otello ruotò la testa di lato. “Sono un mezzo Certosino. Mica un gatto qualsiasi.”
“Già, voialtri terrestri avete queste fisse nobiliari.”
“Secondo me pure tu tieni le tue fisse.
Il mio padrone dice sempre che tutti hanno dei disturbi ossessivo-compulsivi ma bisogna andare oltre le apparenze, anche quando ci spaventano.”
L’uomo si rizzò in piedi di scatto. “Come? Hai un bel muso tosto!
Parli di problemi psicologici? Cosa puoi saperne tu che non sei mai andato da un analista!”
Otello mosse la punta della coda avanti e indietro, limitandosi a esibire il petto fiero e il color agata delle sue fessure.
“Io mi chiamo Memitim e tu, caro mio, non dovresti proprio riuscire a vedermi.”, gli ribadì lo straniero.
“Dove abiti? Come si chiama il tuo padrone?”
Una luce oscura quanto le tenebre del mondo sovrannaturale balenò nella pece del becchino.
Otello alzò il piccolo mento. “Mica lo dico al primo angelo della morte che incontro per strada!”
“Come? Senti io non capisco come cavolo fai a comprendere tutte queste cose e a metterle insieme con dei ragionamenti… Io ho… ho la testa che mi scoppia, le gambe informicolate e tanti, troppi, pensieri enormi!”
“Mmm, interessante, credevo tu fossi immune da certe rotture di ossa.”
“Perché parlo con te poi, è un mistero!”
“Forse perché gli altri non ti vedono. Sei così disperato da farmi pena, hai presente quel sentimento umano?
A noi gatti manca e io ho dovuto leggere un libro scientifico per…”
“Adesso non mi prendere per i fondelli, sono sulla terra da prima della tua nascita!”
Memitim incrociò le braccia scocciato. Una parte del collo del mantello s’aprì lasciando intravedere un vecchio e lurido abito color mattone. I suoi occhi, ripensò il gatto, promettevano messaggi incomprensibili al mondo naturale.
“Ti ho spiato, a rigidi intervalli di tre ore, da ieri notte.” Lo informò con tono paziente Otello.
“Quando sei, diciamo, arrivato eri già sprovvisto di… oggetti al tuo seguito. Dimmi, da quando la morte s’ubriaca?”
“Stress. Ne subisco tanto, sai?”
Memitim era privo d’espressione ma Otello fu certo d’aver colpito nel segno.
“Ah, certo. Il mio padrone dice sempre che lo stress varia a seconda del clima. In paesi solari la gente ama vivere con lentezza, mentre i freddolosi s’affannano a rincorrere obiettivi. Secondo il mio padrone le ambizioni non sono necessarie al benessere dell’uomo.”
“Il tuo padrone mi sta antipatico e stiamo tergiversando.”
Memitim fece alcuni passi avanti e indietro. Era davvero alto e scheletrico.
“Tu ne hai uno di padrone?” Chiese Otello.
“Segreti del mestiere.”
“Il mio padrone dice che uno mantiene i segreti per sentirsi importante.”
Memitim sbuffò, dalla sua bocca uscì un refolo d’aria fredda dal retrogusto alcolico. Otello voltò la testa ma si rincuorò, lui non puzzava di muschio e sudore.
Memitim si mise in ginocchio davanti al gatto. “Sei così fiero e accetti d’avere un padrone?”
Le sue dita ballavano sulla punta delle sue ginocchia.
“E’ lui ad averne bisogno, intendo ad avere necessità di possedermi. Io sono il suo padrone ma lo lascio sognare.”
“Senti, come sono arrivato sino a qui?
E’ per me fondamentale ritrovare il mio oggetto. Senza falce, sono inutile.”
Otello annuì col muso.
“Ti ho visto sbucare dal nulla in questo giardino. Un energumeno vestito da becchino, proprio come te, ti stava trasportando sulle spalle. Balbettava in inglese.”
Raccontando gli ultimi avvenimenti Otello rabbrividì e i suoi peli si drizzarono come sentinelle parate, per lunghe ore, davanti a uno spavento imprevedibile.
“Un nano grasso e col cappello alla Sherlock Holmes lo seguiva ridendo. L’energumeno diceva al piccolo nano parole assurde come pazzo… e collezionare… e puzzava di muschio… e aveva un’ombra più lunga di lui… e io avevo paura che mi vedessero!”
Memitim passò una mano sulla schiena di Otello. Le fusa presero il sopravvento. Memitim tentò l’imitazione di un sorriso.
“Sai anche l’inglese?”
“Il mio padrone voleva insegnarmi anche il tedesco ma non credo farà in tempo…
L’autunno è passato, mi piacerebbe schiacciare ancora le foglie secche sotto le mie zampe. Fanno un bel rumore.”
Otello fece un passo indietro e le fusa svanirono.
“Non sei stanco? Hai freddo?” Chiese l’angelo nero.
“Il mio padrone, stasera alle sei, mi leggerà Fitzgerald. Abbiamo tutto il pomeriggio per parlare.
Chi è quello col capello alla Sherlock Holmes?” Osò il gatto dagli occhi gialli.
“Un demone minore. Un rompipalle di prima categoria da quando ha perso l’impiego.” Rispose leggero occhi di pece.
“Come? Vi licenziano?”
“Loro hanno alti e bassi, come ogni altra istituzione. L’attuale stato politico in Europa, noi trattiamo questa zona, è tale da provocare violenze, morti e atti maligni senza bisogno di un intervento diretto. Basta dislocare poco personale nei palazzi del potere e il gioco è fatto. E poi, detta come vuol detta, anche noi creature abbiamo bisogno di ferie.”
“Allora il tuo padrone è buono o cattivo? Io non capisco. Se ti lascia le ferie è buono, se ti licenzia è cattivo.”
“No, sono nel mezzo tra male e bene. Diciamo che non ho un padrone ma, in questi ultimi anni, paghiamo il pizzo a quelli in alto.”
Otello scrollò la pelliccia, ne aveva sentite troppe. I gatti sono abituati alle certezze.
“Senti un po’, quando morirò dovrò sorbirmi ancora i ricatti?”
“Sì, è con la stessa ipocrisia” Memitim rise.
“Mah… La reincarnazione?”
“Segreti del mestiere.”
Otello avanzò, “Ti vedrei bene reincarnato nel corpo di un analista. Si sente depresso? Ha voglia di morire? Siamo pronti!”
“Ah ah. Senza la falce non è possibile. Sono un disastro!”
“In vino veritas.” Otello si stirò fiero stando bene attento a non rimanere impigliato col mal di zampe didietro.
Memitim gli riservò una delle sue, dirette, occhiatacce.
“Ho perso la mia falce a carte. E’ la terza volta negli ultimi tre mesi.”
“Guaio.”
“Serio. Quel nano inglese colleziona trofei di ciò che lui definisce potere.
Ha una clessidra in grado di fermare il tempo per alcuni secondi, il mappamondo usato da Chaplin del Grande Dittatore, un’ampolla della giovinezza di Merlino, un’armatura da battaglia di Musashi, il primo busto di Zeus e, per il momento, la mia falce. Potrò, forse, recuperarla solo alla prossima luna piena, al torneo della locanda. Mancano due settimane e rischio di perdere il posto di lavoro. Dovrò nascondermi, soprattutto nascondere i compiti non svolti…
Non è la prima volta che lo faccio, me la caverò. Quindici giorni, per me, passano veloci.”
“Mmm… Se il potere fosse dentro di te?
Il mio padrone dice che pensare troppo, a volte, è una trappola!”
“Non ho mai provato senza.”
“Sarebbe ora. Quando dovresti colpire?”
“Intendi lavorare? Alle undici di stasera, a Parigi. Hai mai visto la Francia?
Potresti venire con me, torneresti entro poche ore e sano e salvo!
Ti divertiresti a vedere i monumenti dall’alto e gli interni delle case, stanotte lavoro in una bella zona…”
“Alle sei il mio padrone mi leggerà il libro. No, grazie”
“Poi ti porterei alla locanda, c’è uno che recita sempre Baudelaire con le sue poesie sui gatti e un pittore che vi disegna in continuazione e…”
“No, il mio padrone è a metà del secondo atto con la lettura. Rischio di perdermi il meglio.
Sono abitudinario e rimpiango ancora quando l’ora alla biblioteca di casa era alle due del pomeriggio.”
“Anch’io sono nostalgico. Ieri sono andato al funerale di uno dei miei clienti.”
Otello fece un passo in avanti e iniziò con le fusa. “Ci proverai? Senza falce?”
“Sì. Devo.”
“Già… Senti, esisti anche per noi gatti o è un segreto?”
“Un mio collega si occupa di queste cose.”
“E’ antipatico o è un pochino come te?”
Gli angoli delle labbra si sollevano appena. “E’ grasso e basso, porta un cappello con certi paraorecchie. Roba démodé.”
“La razza certosina è francese…” Otello strinse i suoi occhi gialli e aumentò le fusa facendo la gobba.
“Io ti ho dato una zampa, se dovesse funzionare, beh, ecco, potresti farmi anche tu un favore.
Perché non vieni a prendermi tu quando sarà il momento?”
“Io? E’ un problema devo rispettare la gerarchia.”
“Come? Bevendo e perdendo la tua falce?”
Senti, qualche giorno in più me lo lasci? Giusto per finire il libro.”
“Il tuo padrone quanto tempo ci metterà?”
“Venti giorni, considerati i pranzi della domenica.”
“Non ti fa paura avere una scadenza?
“No, potrò salutare il mio padrone.”
Al gatto vibrarono i baffi, annusò l’aria e alzò la coda dritta come un faro.
“Sento odore di nasello. Tu mangi?”
“No.”
“Non t’invidio”
Prese la strada di casa. Si voltò prima di non vedere più Memitim. “Scusa se non ti saluto, mi fa un po’ impressione.”
III.
Scese la notte. I gatti giovani iniziarono a cacciare le prede, quelli con l’osteoporosi si rannicchiarono a ciambella vicino al termosifone, pacifici e con la casa libera dalle ombre dotate di capello.
Otello, senza fusa, rifletteva sul lavoro di becchino. Doveva essere difficile tirare avanti senza l’aiuto di una partita a carte o di una bottiglia, con i giochi politici tra sopra il cielo e sotto il cielo, quel mantello lugubre da indossare per rappresentanza e le incombenze da svolgere in qualsiasi momento per tutta l’eternità.
Già, l’infinita esistenza. Otello si ricordò quando, da giovane, s’era emozionato scoprendo un prato ricoperto di fragorose foglie e s’era lanciato in una lunga, interminabile, corsa. Credeva di poter sopravvivere per sempre godendosi il rumore dell’autunno schiacciato sotto le sue zampe. Invece no, aveva imparato che arriva un momento in cui il fiato cessa e non per incapacità, per pigrizia.
Finire un libro, l’ultimo. Otello agitò la punta della coda avanti e indietro sentendosi sicuro.