Eyes in the heat

Il sole entra dalla finestra. Pausa.

I miei pensieri frullano nel caos e quando mi giro indietro per afferrarli,
brutte bestie,
mi prendono per i fondelli.

Una donna sotto al palazzo urla al cellulare,
e non lo fa per un’emergenza, una lite o una pazzia.
I pensieri cessano nel silenzio, poi riprendono. Alfine, si smentiscono mutando verso forme incoerenti.

Potrei dimenticare ogni debolezza. Mi illudo di possedere sufficiente superiorità.
La neve palpabile riprende incosistenza tornando acqua.

Lungo la strada s’incrociano tra esseri umani. Frettolosi, assenti, automobilisti maldestri, chiassosi vicini di casa. Fantasmi.
Posso sentire i loro pensieri salire verso l’alto. Invidie, passioni, dolori, preoccupazioni, amicizie, nostalgie, gioie, stizze.
Mi fermo. Un caffé ascoltando la rabbia.

Tutto si ripete, senza bisogno del mio sguardo.
Scrollo le spalle. Chiudo la finestra.

Ecco come ci si riduce,
a scrivere del nulla.

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Manifesto inutile.

Se lasci sedere una persona anziana, al tuo posto sul tram,  non sei gentile, almeno, non più degli altri.

Se svolgi in modo innovativo e pratico un compito difficile,
non sei intelligente, almeno, non più del resto del mondo.

Se hai avuto la fortuna di poter conquistare traguardi importanti
non sei meglio di chi li ha sognati, bensì ti è stata data un’opportunità.

Se ascolti con profondità ogni lacrima, sorriso, malinconia e gioia,
non sei l’unico essere sensibile, semplicemente, hai deciso d’aprire una porta nella tua percezione.

Se, oggi, odi qualcuno,
domani potrebbe esserti indifferente.

Se, oggi, ami una persona,
domani potresti detestarla.

 

Una qualità si coltiva ma esistono parassiti in grado di farci sfiorire,
rallentamenti precoci e, spesso, lunghi oltre la capacità della dignità.

I difetti potrai celarli e mai cancellarli.
Sopiti nell’ego emergono al richiamo delle loro sfide.

 

Digitare parole su un foglio virtuale le renderà come quelle orali,
pronte a sfuggire al primo soffiar del ripensamento.

Ignorare chi soffre in nome del rispetto.
Confortare il dolore,
aiuterà in primis la tua anima.

Sentirsi meno in colpa adducendo la causa del mal comune,
ti renderà prepotente.

Ascoltare il senso di colpa per renderti immune dinnanzi le responsabilità
ti terrà legato alla morale.

 

Rifiutarsi di comprendere il prossimo, gli eventi, le dinamiche sociali
e dire la propria, specie in cabina elettorale, è arroganza improduttiva.
Così rimanere negli schemi imposti dalle ideologie, inadattarsi alle esigenze comuni e torturare i solitari della civiltà.
Dormi tranquillo, i posteri, sui tronfi, non daranno mai l’ardua sentenza.

Sperare in Dio o nell’alea,
genera malcontento e permette le speculazioni dei furbi.

 

Ritirarsi nei propri ranghi è impossibile. Sarai stanato.
Entrare nella community, con ipocrisia, ti farà annoiare, e detestare, e imprecare, e lasciare ogni buona volontà nel mare dell’idiozia.

 

La caparbietà può aiutare l’uomo,
il tempo che trascorre lo frega. Incessantemente.
E anche la verità, per noi, è solo uno specchio.

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Interpretazioni

Luogo: un ufficio comunale italiano.

Fatti: una funzionaria, mentre concludeva una pratica, si è rivolta a uno a uno dei due cittadini venuti allo sportello: “Abbiamo finito. Vadi, vadi.”

L’uomo, dopo aver guardato il suo accompagnatore, ha riso in faccia alla funzionaria, forse pensando ai film di Fantozzi.
La funzionaria, basita, ha raggiunto i colleghi per avere dei chiarimenti.
“Secondo voi, cosa diavolo avevano da ridere?”

“Si dice vada, non si dice vadi.”

La funzionaria: “Ho detto vadi perché erano in due.”

Morale: gli italiani hanno un’infinita capacità d’interpretazione, ed è inconscia.

 

 

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Tempo rubato

I.

La vecchia villa padronale si era estinta a poco a poco lungo gli anni abitati dagli avi, arrugginita dall’incuria come un ferro in balìa dell’acqua. Lontana e scomoda, pullulava di sola vita selvatica.

Il gatto smise di leccarsi la zampa, seduto sotto una quercia ascoltava il vento spegnersi tra le colonne smunte e tozze del porticato.

Strinse gli occhi agata, il sonno arretrato gli scivolò sul pelo delle guance in forma di lacrima.

Prima di muovere le zampe, si mise a circoscrivere il giardino d’arbusti in un cerchio immaginario fatto di controllo e sfiducia. Un gatto ha il dovere d’essere astuto anche per mantenere la fama delle sue sette vite.

Da mesi aveva preso l’abitudine di alzarsi prima dell’alba poiché solo il freddo pungente riusciva a stemperare la sua paura. Sentiva d’essere osservato, mentre mangiava, nell’allerta del dormiveglia, persino in braccio ai suoi cari e gli succedeva tra le mura del rifugio, la casa del padrone. Un’ombra immateriale gli dava la caccia, essa si stagliava obliqua nei corridoi delle sue stanze, in precedenza amichevoli. Era la figura di un nano grasso e, a compimento della bizzarria, si notava uno strano berretto schiacciato su quella malefica testa dotato di paraorecchie laterali, alla moda di Sherlock Holmes. Qualunque cosa fosse significasse, la presenza non aveva la buona educazione di lavarsi. Otello aveva avvertito odore di sudore misto a muschio dopo ogni apparizione. L’analisi sul muschio corrispondeva a certezza, ricordava le tirate di coda dei Cari nipotini durante la preparazione del presepio natalizio, mentre sussurravano: “Otello bello, vieni a prenderti le coccoline. Dai, fai il bravo.”

‘Maledetti bambini’, pensò tra sé mentre si leccava la pelliccia folta e grigia. Un gatto deve essere sempre presentabile, persino per quella specie di becchino steso a russare sotto il portico della villa, come uno straccio troppo deteriorato per impiegarlo nei lavori domestici.

Otello stirò bene le zampe davanti ma, non riuscendo a tirare degnamente quelle dietro, si ritrovò aperto ad arpa, con la gobba in alto e la testa e la coda troppo basse. Quando si riprese verificò di non essere osservato.

Il becchino dormiva ancora e puzzava d’alcol. Era proprio vero, gli esseri umani vivevano tra la pazzia e la ostentavano pure nel paranormale.

II.

Otello, scocciato, raccolse tutta la voce in corpo: “Che ti è capitato?”

Le dita agili dello sconosciuto tremarono mentre chiudevano il bavero del mantello. Due fessure di pece, senza pupilla, s’aprirono timorose alla luce. Il becchino tastò le pietre del pavimento con le mani, incerto. La sua bocca tentennò qualcosa, ancora immerso nei ricordi precedenti alla sbornia.

“Mi… Tu… Tu mi hai parlato?”, chiese senza il rumore della voce, “Come diavolo fai a vedermi?”

L’uomo alzò il busto rattrappito dal giaciglio e fissò Otello. La sua pelle era levigata, morbida come se il tempo che per tutto scorre non lo riguardasse.  Il gatto lo trovò pallido e gli ricordò certe lune viste durante la caccia notturna.

“Certo che ti vedo! Mi fanno male le ossa mica gli occhi.

Perché non mi chiedi come faccio a parlarti? Sarebbe la domanda più opportuna.”

“Forse perché sei un gatto vecchio e saggio”, gli rispose senza emettere la voce e con le mani si massaggiò le tempie. Erano davvero troppo lisce.

“Esatto! Il mio padrone legge molto e prima che andasse in pensione io mi annoiavo tanto, così ho pensato bene di imparare a parlare.”

“Ah. Una cosa ordinaria.” Rispose la presenza nera e si strinse nella lana del mantello.

Otello serrò le palpebre, le lunghe vibrisse si mossero al volere del vento. Pensò che quella creatura fosse più sbandata dell’ombra col cappello alla Sherlock Holmes.

“Io mi chiamo Otello.”

“Assurdo, vero?”

L’uomo lasciò cadere le mani a terra. Le gambe lunghe erano coperte dalla lana.

“Assolutamente assurdo! Ho perso la mia falce a poker e non so a chi l’ha presa.

In più mi ritrovo in questo maledetto posto con un gatto in grado di parlare la mia lingua!”

Otello ruotò la testa di lato. “Sono un mezzo Certosino. Mica un gatto qualsiasi.”

“Già, voialtri terrestri avete queste fisse nobiliari.”

“Secondo me pure tu tieni le tue fisse.

Il mio padrone dice sempre che tutti hanno dei disturbi ossessivo-compulsivi ma bisogna andare oltre le apparenze, anche quando ci spaventano.”

L’uomo si rizzò in piedi di scatto. “Come? Hai un bel muso tosto!

Parli di problemi psicologici? Cosa puoi saperne tu che non sei mai andato da un analista!”

Otello mosse la punta della coda avanti e indietro, limitandosi a esibire il petto fiero e il color agata delle sue fessure.

“Io mi chiamo Memitim e tu, caro mio, non dovresti proprio riuscire a vedermi.”, gli ribadì lo straniero.

“Dove abiti? Come si chiama il tuo padrone?”

Una luce oscura quanto le tenebre del mondo sovrannaturale balenò nella pece del becchino.

Otello alzò il piccolo mento. “Mica lo dico al primo angelo della morte che incontro per strada!”

“Come? Senti io non capisco come cavolo fai a comprendere tutte queste cose e a metterle insieme con dei ragionamenti… Io ho… ho la testa che mi scoppia, le gambe informicolate e tanti, troppi, pensieri enormi!”

“Mmm, interessante, credevo tu fossi immune da certe rotture di ossa.”

“Perché parlo con te poi, è un mistero!”

“Forse perché gli altri non ti vedono. Sei così disperato da farmi pena, hai presente quel sentimento umano?

A noi gatti manca e io ho dovuto leggere un libro scientifico per…”

“Adesso non mi prendere per i fondelli, sono sulla terra da prima della tua nascita!”

Memitim incrociò le braccia scocciato. Una parte del collo del mantello s’aprì lasciando intravedere un vecchio e lurido abito color mattone. I suoi occhi, ripensò il gatto, promettevano messaggi incomprensibili al mondo naturale.

“Ti ho spiato, a rigidi intervalli di tre ore, da ieri notte.” Lo informò con tono paziente Otello.

“Quando sei, diciamo, arrivato eri già sprovvisto di… oggetti al tuo seguito. Dimmi, da quando la morte s’ubriaca?”

“Stress. Ne subisco tanto, sai?”

Memitim era privo d’espressione ma Otello fu certo d’aver colpito nel segno.

“Ah, certo. Il mio padrone dice sempre che lo stress varia a seconda del clima. In paesi solari la gente ama vivere con lentezza, mentre i freddolosi s’affannano a rincorrere obiettivi. Secondo il mio padrone le ambizioni non sono necessarie al benessere dell’uomo.”

“Il tuo padrone mi sta antipatico e stiamo tergiversando.”

Memitim fece alcuni passi avanti e indietro. Era davvero alto e scheletrico.

“Tu ne hai uno di padrone?” Chiese Otello.

“Segreti del mestiere.”

“Il mio padrone dice che uno mantiene i segreti per sentirsi importante.”

Memitim sbuffò, dalla sua bocca uscì un refolo d’aria fredda dal retrogusto alcolico. Otello voltò la testa ma si rincuorò, lui non puzzava di muschio e sudore.

Memitim si mise in ginocchio davanti al gatto. “Sei così fiero e accetti d’avere un padrone?”

Le sue dita ballavano sulla punta delle sue ginocchia.

“E’ lui ad averne bisogno, intendo ad avere necessità di possedermi. Io sono il suo padrone ma lo lascio sognare.”

“Senti, come sono arrivato sino a qui?

E’ per me fondamentale ritrovare il mio oggetto. Senza falce, sono inutile.”

Otello annuì col muso.

“Ti ho visto sbucare dal nulla in questo giardino. Un energumeno vestito da becchino, proprio come te, ti stava trasportando sulle spalle. Balbettava in inglese.”

Raccontando gli ultimi avvenimenti Otello rabbrividì e i suoi peli si drizzarono come sentinelle parate, per lunghe ore, davanti a uno spavento imprevedibile.

“Un nano grasso e col cappello alla Sherlock Holmes lo seguiva ridendo. L’energumeno diceva al piccolo nano parole assurde come pazzo… e collezionare… e puzzava di muschio… e aveva un’ombra più lunga di lui… e io avevo paura che mi vedessero!”

Memitim passò una mano sulla schiena di Otello. Le fusa presero il sopravvento. Memitim tentò l’imitazione di un sorriso.

“Sai anche l’inglese?”

“Il mio padrone voleva insegnarmi anche il tedesco ma non credo farà in tempo…

L’autunno è passato, mi piacerebbe schiacciare ancora le foglie secche sotto le mie zampe. Fanno un bel rumore.”

Otello fece un passo indietro e le fusa svanirono.

“Non sei stanco? Hai freddo?” Chiese l’angelo nero.

“Il mio padrone, stasera alle sei, mi leggerà Fitzgerald. Abbiamo tutto il pomeriggio per parlare.

Chi è quello col capello alla Sherlock Holmes?” Osò il gatto dagli occhi gialli.

“Un demone minore. Un rompipalle di prima categoria da quando ha perso l’impiego.” Rispose leggero occhi di pece.

“Come? Vi licenziano?”

“Loro hanno alti e bassi, come ogni altra istituzione. L’attuale stato politico in Europa, noi trattiamo questa zona, è tale da provocare violenze, morti e atti maligni senza bisogno di un intervento diretto. Basta dislocare poco personale nei palazzi del potere e il gioco è fatto. E poi, detta come vuol detta, anche noi creature abbiamo bisogno di ferie.”

“Allora il tuo padrone è buono o cattivo? Io non capisco. Se ti lascia le ferie è buono, se ti licenzia è cattivo.”

“No, sono nel mezzo tra male e bene. Diciamo che non ho un padrone ma, in questi ultimi anni, paghiamo il pizzo a quelli in alto.”

Otello scrollò la pelliccia, ne aveva sentite troppe. I gatti sono abituati alle certezze.

“Senti un po’, quando morirò dovrò sorbirmi ancora i ricatti?”

“Sì, è con la stessa ipocrisia” Memitim rise.

“Mah… La reincarnazione?”

“Segreti del mestiere.”

Otello avanzò, “Ti vedrei bene reincarnato nel corpo di un analista. Si sente depresso? Ha voglia di morire? Siamo pronti!”

“Ah ah. Senza la falce non è possibile. Sono un disastro!”

“In vino veritas.” Otello si stirò fiero stando bene attento a non rimanere impigliato col mal di zampe didietro.

Memitim gli riservò una delle sue, dirette, occhiatacce.

“Ho perso la mia falce  a carte. E’ la terza volta negli ultimi tre mesi.”

“Guaio.”

“Serio. Quel nano inglese colleziona trofei di ciò che lui definisce potere.

Ha una clessidra in grado di fermare il tempo per alcuni secondi, il mappamondo usato da Chaplin del Grande Dittatore, un’ampolla della giovinezza di Merlino, un’armatura da battaglia di Musashi, il primo busto di Zeus e, per il momento, la mia falce. Potrò, forse, recuperarla solo alla prossima luna piena, al torneo della locanda. Mancano due settimane e rischio di perdere il posto di lavoro. Dovrò nascondermi, soprattutto nascondere i compiti non svolti…

Non è la prima volta che lo faccio, me la caverò. Quindici giorni, per me, passano veloci.”

“Mmm… Se il potere fosse dentro di te?

Il mio padrone dice che pensare troppo, a volte, è una trappola!”

“Non ho mai provato senza.”

“Sarebbe ora. Quando dovresti colpire?”

“Intendi lavorare? Alle undici di stasera, a Parigi. Hai mai visto la Francia?

Potresti venire con me, torneresti entro poche ore e sano e salvo!

Ti divertiresti a vedere i monumenti dall’alto e gli interni delle case, stanotte lavoro in una bella zona…”

“Alle sei il mio padrone mi leggerà il libro. No, grazie”

“Poi ti porterei alla locanda, c’è uno che recita sempre Baudelaire con le sue poesie sui gatti e un pittore che vi disegna in continuazione e…”

“No, il mio padrone è a metà del secondo atto con la lettura. Rischio di perdermi il meglio.

Sono abitudinario e rimpiango ancora quando l’ora alla biblioteca di casa era alle due del pomeriggio.”

“Anch’io sono nostalgico. Ieri sono andato al funerale di uno dei miei clienti.”

Otello fece un passo in avanti e iniziò con le fusa. “Ci proverai? Senza falce?”

“Sì. Devo.”

“Già… Senti, esisti anche per noi gatti o è un segreto?”

“Un mio collega si occupa di queste cose.”

“E’ antipatico o è un pochino come te?”

Gli angoli delle labbra si sollevano appena. “E’ grasso e basso, porta un cappello con certi paraorecchie. Roba démodé.”

“La razza certosina è francese…” Otello strinse i suoi occhi gialli e aumentò le fusa facendo la gobba.

“Io ti ho dato una zampa, se dovesse funzionare, beh, ecco, potresti farmi anche tu un favore.

Perché non vieni a prendermi tu quando sarà il momento?”

“Io? E’ un problema devo rispettare la gerarchia.”

“Come? Bevendo e perdendo la tua falce?”

Senti, qualche giorno in più me lo lasci? Giusto per finire il libro.”

“Il tuo padrone quanto tempo ci metterà?”

“Venti giorni, considerati i pranzi della domenica.”

“Non ti fa paura avere una scadenza?

“No, potrò salutare il mio padrone.”

Al gatto vibrarono i baffi, annusò l’aria e alzò la coda dritta come un faro.

“Sento odore di nasello. Tu mangi?”

“No.”

“Non t’invidio”

Prese la strada di casa. Si voltò prima di non vedere più Memitim. “Scusa se non ti saluto, mi fa un po’ impressione.”

III.

Scese la notte. I gatti giovani iniziarono a cacciare le prede, quelli con l’osteoporosi si rannicchiarono a ciambella vicino al termosifone, pacifici e con la casa libera dalle ombre dotate di capello.

Otello, senza fusa, rifletteva sul lavoro di becchino. Doveva essere difficile tirare avanti senza l’aiuto di una partita a carte o di una bottiglia, con i giochi politici tra sopra il cielo e sotto il cielo, quel mantello lugubre da indossare per rappresentanza e le incombenze da svolgere in qualsiasi momento per tutta l’eternità.

Già, l’infinita esistenza. Otello si ricordò quando, da giovane, s’era emozionato scoprendo un prato ricoperto di fragorose foglie e s’era lanciato in una lunga, interminabile, corsa. Credeva di poter sopravvivere per sempre godendosi il rumore dell’autunno schiacciato sotto le sue zampe. Invece no, aveva imparato che arriva un momento in cui il fiato cessa e non per incapacità, per pigrizia.

Finire un libro, l’ultimo. Otello agitò la punta della coda avanti e indietro sentendosi sicuro.

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The Artist

Ho visto un incantevole film muto. Gag, eventi, trucchi e… Mélo.

E’ stata una magia d’altri tempi assistere a una proiezione senza voci, con la sola musica d’accompagnamento. Mi ha fatto ricordare alcuni momenti delle pellicole di Fellini, la sua capacità d’estraniarti dentro la pazzia delle emozioni per riportati, poi, di colpo a terra in mezzo all’incoerente potenzialità dell’uomo.

Strano trovare la liberazione dal frastuono dentro quattro mura di sogni.

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Dovere e Riuscire

Devi praticare l’umiliazione asfissiante fino a far scoppiare la sensibilità altrui. Devi rispondere alle domande con prediche di puro vittimismo mascherato da necessità.
Nessuno ammette d’imbrogliare le Regole. I vantaggi hanno natura ambigua.

Noi dobbiamo riuscire e risplendere sopra lo scalpo altrui. Starai bello al sicuro in mezzo a quelli come Noi. Noi possiamo, Noi riusciamo. Serpi sorridenti annodate all’albero del debito eterno.

Il Demonio è una grande bugia e Noi la usiamo per offendere. Dio è la falsa consolazione e, a Noi, serve per aggregare. Noi siamo figli della prima mela e dobbiamo riuscire a conservarne il peccato. Noi rotoliamo nell’ego e nutriamo l’odio costruendo Nemici.

Noi abbiamo il potere. Voi l’onesta. Noi distruggiamo per vedervi faticare. Noi saremmo inutili senza di Voi. Lasciateci spazio o moriremo.


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”Colui che serve”, Samurai

Gi, onesta’ e giustizia. Sii fedele a te stesso e verso coloro per cui nutri degli obblighi morali. Siano essi Maestri o Shogun. Se sarai leale il cuore non devierà dalla Via della verità e i kami ti proteggeranno anche senza preghiere.

Yu, coraggio. Gettarsi nel vortice del combattimento e rimanere ucciso non è troppo difficile e il più  modesto contadino sa assolvere questo compito.
Il coraggio autentico consiste nel vivere quando è giusto vivere e nel morire quando è giusto morire.

Jin, benevolenza. Non ho armatura. La benevolenza e il dovere verso il mio Signore sono la mia armatura. La spada deve essere pietosa verso l’avversario sottomesso. Un antico detto rammenta che è indegno per un cacciatore uccidere l’uccello
che gli si è rifugiato in grembo.

Rei, sensibilità. Mishima diceva: ‘se vuoi vedere il cuore di un amico, ammalati.’
Un Samurai non deve mai estraniarsi da coloro ai quali è legato.

Makoto, sincerità. Siate retti sia nella solitudine, sia in mezzo alla folla. L’anima interiore deve rispecchiarsi nel corpo esteriore, il corpo esteriore sarà così illuminato dalla virtù interiore. Insieme, corpo e anima, formeranno un’unica e sincera entità.

Meiyo, onore. L’unica cosa che conta d’una promessa è la buona fede di chi la pronunzia.

Chugi, ovvero servire il Dovere nella lealtà. Il Samurai è responsabile di tutte le sue azioni e delle sue parole.

(‘La mente immutabile’ T. Soho – ‘Lo spirito delle arti marziali’ D. Lowry – ‘L’etica del Bushidō’ M. Polia)

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