Questo cielo azzurro è pieno di nebbia

University College London, 4 gennaio 1889. Sezione di Anatomia.
Cortile esterno.

ImmagineTod buttò le interiora ai gatti randagi e li guardò sfamarsi. Uno grosso e tigrato iniziò una contesa con un giovane nero per un pezzo di fegato. Un balzo repentino con fuga assicurò il bottino al felino magro.
Tod sorrise. Si toccò la tasca destra, il libro era al suo posto. Voltò i tacchi e tornò nella sala creativa. La cera era pronta.

Mmm… Questo cielo azzurro è pieno di nebbia.“, disse osservando un occhio di vetro controluce. Lo specchio dell’anima era opaco. Alzò le spalle, se il risultato non lo compiaceva l’avrebbe sostuito in un secondo momento. Prese uno straccio, infilò un fil di ferro nel retro della fascia bulbare e, dopo aver spalmato un leggero collante, agganciò la sclera, con la delicatezza di una ricamatrice, nei muscoli estrinseci inferiori e superiori della cavità oculare. Era finita, dalla testa ai piedi!

Il cuore di Tod batteva all’impazzata. Lei era perfetta. Fece scorrere le sue dita sul profilo del naso e ripensò all’autopsia di Lucy. Peccato, il suo dramma era perito con la sua carne. La casa di prostitute sarebbe andata avanti ugualmente ma con maggiore paura.

Prese del lucido trasparente e iniziò a dipingerle gli occhi. La vista era sempre l’ultimo innesto delle sue ceature.

Mise giù gli attrezzi e prese posto alla scrivania, voleva godere del suo capolavoro. Tre mesi di impegno. Quanto poteva valere? 100 sterline, anche il doppio.
Un lavoro degno della scuola bolognese del Lelli. Gli aveva persino disegnato il neo sopra le labbra e messo gli orecchini da due soldi, ritrovati dalla polizia, addossso al cadavere.
Tirò fuori dalla tasca della giacca ‘L’uomo Deliquente’ e ricopiò l’indirizzo del Prof. Lombroso su una busta bianca.

“Egregio Cesare,

Ti mando i disegni tridimensionali del mio modellino anatomico. Era una prostituta, vittima di Jack the Ripper. Spero di studiare al più presto la calotta cranica dell’assassino… Ho raccolto interessanti appunti sul suo modus operandi, avremo modo di parlarne assieme.

Il modellino anatomico è in cera. Ho tiprodotto l’intero apparato digerente e i polmoni. Stavolta potrò aver maggiore credito quando chiederò i fondi all’Università!

I miei più ossequiosi saluti,

Tod White”

(http://www.museocereanatomiche.it/simple.asp?idp=17)

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Fuochi Fatui

fRopsUn ragazzo forte e astuto desiderava vivere in eterno e cercò, sino alla vecchiaia, la linfa dell’anima mortale. Quando la trovò era troppo stanco per incantarla e tornare giovane così depositò il suo segreto in un cimitero. Sotto la terra fresca, all’imbrunire. Il Diavolo, spaventato dall’idea di non poter più comperare le anime in cambio dell’eterna giovinezza, raccolse la ricetta magica e la disperse in mille pezzi con l’aiuto del vento. Il segreto fu raccolto dalla curiosità dei fantasmi. Da allora, laggiù, i sognatori cercano di ritrovarla, pezzo per pezzo. Raccontano sia l’anima che muove i fuochi fatui.

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Accordo commerciale

“Ripetete una bugia cento volte, mille volte, un milione di volte, ed essa diventa una verità”.
Goebbels

Ich will“Voi non potete!

Voi non sapete!”

Cosa ne facciamo dei buoni?
No, non sono incompresi, sono stupidi. Si sciolgono accettando sorrisi ipocriti, è doveroso illuderli al prezzo del compromesso. Alcuni di loro la vedono la Grande Architettura. Il progetto lo curiamo Noi, i Padroni. I buoni sono le fondamenta.

Quanta fatica per deglutire il flusso della nostra coscienza! Noi, i Padroni, abbiamo vere responsabilità. Voi buoni apportate piccoli mattoni all’Architettura e, secondo noi, pretendete anche troppo e ve ne approfittate in nome dei bisogni dei vostri figli.

Noi siamo fantastici a insinuarci nelle menti riordinando le priorità. Dai, vi sentirete speciali servendoci. Mmm… come siete buoni… Mmm una delizia per il nostro prodotto interno lordo!

E se vi sale la rabbia, ricordatevi, noi siamo amici, siamo fondamentali, siamo il denaro, siamo il vostro tempo. Cari deliziosi prodotti interni lordi.

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La leggenda della luna rossa

Sono un aggouten, un cantastorie del popolo Tuareg.
Gli omicidi, dice la legge, devono essere lavati col sangue, ma quando si tratta di fantasmi, l’unica cosa in grado di salvarvi è la prudenza!
Date retta alla saggezza. La luna è impotente mentre regna il Sole, perciò, non andate mai tra i colli di Safa quando è notte.

La mia bisnonna aveva la voce degli spiriti di luna, soave e vellutata.
Taria, moglie di Re Ahnet, l’aveva reclusa a corte per essere l’unica a godere delle sue corde di liuto.

I saggi raccontano del passero dal petto nero rinchiuso in una gabbia dal fabbro Fuad. Il passero smise di mangiare, poi di bere sino a perdere, ad una a una, tutte le piume. Si seccò come un frutto sotto al sole, senza acqua né sangue nelle carni.
A Fuad rimase il ferro arrugginito della gabbia.

Quando Taria diede alla luce la sua discendenza, mia nonna Noor cantò per lei durante le doglie ma fu presto dimenticata. Segregata nella tenda reale s’intristì al passare delle notti. Smise di mangiare e poi di bere, perse la voce e perì come un frutto secco lasciato sotto al sole del Sahara.
Il Re, per pietà, portò le spoglie di mia nonna a sud, fino allo uidian (*) di Safa ma non fece più ritorno.
Taria era disperata. Grandi guerrieri valorosi persero la vita nelle ricerche di Re Ahnet.

Un giorno, il cammello del coraggioso Zaahir lo riporto’ sino al villaggio dove fu soccorso dal mio bisnonno. Zaahir disse: ‘Non andate a Safa, la luna rossa canta come un liuto e ha sete di sangue.”
Zaahir morì secco come un frutto lasciato al sole.

Le carovane di cammelli, che portano il sale a sud, quando si fermano attorno al fuoco per ristorarsi, non sono confortate dal silenzio del Sahara, è la voce di Safa a suonare nella loro testa, infinitamente triste e infinitamente soave.
(* letti di fiumi inariditi a causa della forte evaporazione)

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Numeri

1.2.3.4.5.6.7.8.9.10

Mi piacciono i numeri in fila, mi danno sicurezza.

I numeri misurano tutto, anche la poesia.

Ci puoi contare le persone, le cose, gli animali e le rime dei versi.  Puoi usarli per le statistiche o per circoscrivere la finanza. I numeri raccontano. Anche una giornata di novembre.

1.2.3.4.5.6.7.8.9.10

I numeri, il  grande riassunto spersonalizzato.

1. Sapevo di poterli trovare in quel bar. Fuori nevicava.

2. Lei teneva stretta la mano del piccolo, Lui le raccomandava di accompagnarlo il prima possibile dal dentista.

3. Sorseggiavo lentamente la mia tisana. Era alla liquirizia, senza aggiunta di zucchero o miele. Il piccolo neanche mi notava.

4. L’apparecchio per i denti non poteva aspettare. Si sarebbe abituato. Lei, la madre, guardò a terra, poi, alzò la testa e strinse la mano del piccolo facendogli un sorriso. Sarà spiacevole ma io ci sarò.

5. Misurai la lontananza tra me e la famiglia. Cinque, sette passi. Sul tavolo del caffé giaceva una mia dispensa sui numeri.

6. Lei si guardò intorno. Com’è vestita bene, pensai, pare arrogante. Giudicherà gli altri non riconoscendo d’avere avuto parecchi privilegi?

7. Lui diede un bacio sulla fronte al piccolo, doveva andare subito al lavoro. Chissà com’era calda e accogliente quella fronte. Dai aspettaci, disse Lei, non vedi che abbiamo finito?

8. Nessuno mi notava. Un’ombra tra le tante come l’arredo del locale.  Spinsi a terra la mia dispensa. Fece un gran tonfo.

9. “Tieni”, mi disse la ragazza, “A terra è sporco. Vuoi altro? Per chi ha la tessera universitaria c’è lo sconto del dieci.”

10. Il piccolo si volta e guarda solamente la cameriera prima di uscire dalla mia vista, dal locale e via per sempre. Da un miliardo a zero.

Un gran riassunto. Nulla di più.

Negli occhi del piccolo c’ero stata una volta sola, per la sua nascita. Afferrai il bicchiere della tisana con le dita umide. Ormai era freddo. La neve aveva smesso di scendere e sull’orlo dei marciapiedi s’era formata  una  lastra pericolosa per i passanti. Rimasi immobile al tavolo. Mi sentivo in balìa della natura. Tremavo. Avevo i piedi nudi posati sopra il ghiaccio che, vitreo, saliva fino all’orizzonte interrotto solamente dai passi carrabili.

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Il giorno dell’ultima goccia di pioggia

Raccontano che verrà il giorno dell’ultima goccia di pioggia. Il cielo sarà plumbeo e quaggiù, noi uomini, attenderemo la frescura d’un temporale per salvarci dalla morsa arida.

E la pioggia si raccoglierà tutta nella conca del cielo per allontanarsi dalla terra.

La preziosa acqua diverrà limpida da tramutare le cime innevate nelle sue nuvole e i tetti delle case ci sembreranno increspati al soffiar del vento.

Quando il vento scomparirà dal basso per appartenere al cielo, le immagini della  terra saranno proiettate all’uomo con tanta trasparenza da oscurare ogni scusa. Le anime non avranno appiglio se non affrontarsi. Una lotta impari. Una costrizione alla verità. Letale, affamata di vendetta, l’acqua del cielo ci sormonterà come Dio sulle nostre paure ataviche.  La fuga sarà impossibile. Rinnegheremo religioni e forme di supremazia.

Quando l’acqua sarà tornata al suo posto, per molte generazioni, ci insegneranno a non dimenticarne la lezione affinché si possa evitare ogni sofferenza. Ripensando all’accaduto, ci vergogneremo d’essere stati degli agnelli ma la pioggia tornerà, con immenso sollievo, a cadere sporca.

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